Prof. Tommaso Marinelli D.O.

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Paga i danni il padre dell’alunno che denigra l’insegnante e i suoi metodi

Paga i danni il padre dell’alunno che denigra l’insegnante e i suoi metodi

La Corte di Cassazione, ordinanza 12 aprile 2018, n. 9059, ha accolto il ricorso avanzato da una insegnante di scuola elementare nei confronti del padre di un suo alunno, il quale aveva reiteratamente rivolto alla docente affermazioni diffamatorie e denigratorie, attribuendole di avere tenuto comportamenti particolarmente gravi nei confronti dei bambini (accuse poi rivelatisi insussistenti), e contestando in modo offensivo il metodo educativo e didattico da essa adottato nei confronti degli scolari. Le conseguenze patite dalla maestra (sottoposta a visita psichiatrica, imputata di gravi reati, sospesa dal servizio e trasferita ad altra sede), conseguite alla condotta tenuta dal padre del minore, sono state ritenute gravissime dalla Suprema Corte e tali da giustificare la condanna di quest’ultimo al risarcimento di tutti i danni non patrimoniali dalla medesima patiti, cagionati dalla lesione della reputazione, dell’onore e della dignità dell’insegnante, ossia di valori e principi di rango sia costituzionale che sovranazionale.

Il fatto

Nel corso dell’anno scolastico 1993-94 una insegnante di una scuola elementare toscana veniva violentemente contestata da alcuni genitori in merito al proprio metodo educativo e didattico, e, in particolare, dal padre di uno degli alunni, il quale, tra l’altro, nel corso di una riunione indetta nel settembre del 1993 l’aveva qualificata come “un mostro”, e comunque come un “soggetto poco raccomandabile”, al cospetto degli altri genitori. L’uomo, inoltre, aveva in seguito inviato numerose lettere alla Direttrice didattica della scuola, attribuendo alla maestra comportamenti particolarmente gravi nei confronti dei bambini, tanto che, in conseguenza delle sue reiterate affermazioni diffamatorie, ella era stata addirittura sottoposta a valutazione psichiatrica medico-legale. Le suddette affermazioni scaturivano, altresì, in un procedimento penale a carico dell’insegnante, all’esito del quale la medesima veniva, tuttavia, assolta per insussistenza dei fatti. Non bastasse, nel corso di tale giudizio la donna veniva sottoposta alla misura interdittiva della sospensione dal pubblico servizio; inoltre, sempre a causa di tali vicende, cui era stato dato ampio risalto anche da parte della stampa locale, la maestra veniva trasferita d’ufficio in un’altra sede.

Il giudizio di primo grado

Per le ragioni appena esposte, nel 1998 la docente adiva le vie legali, domandando in via giudiziale la condanna del padre dell’alunno al risarcimento dei danni patiti a seguito della sua condotta, giudicata gravemente diffamatoria.

Il Tribunale rigettava però, con sentenza del 2006, la domanda dell’attrice, ritenendo carente la prova del comportamento illecito, lesivo della reputazione dell’attrice, attribuito al convenuto, e giudicando insufficienti, in particolare, gli indizi volti a dimostrare che quest’ultimo, nella fase organizzativa della riunione indetta presso l’istituto scolastico del figlio, avesse pronunciato frasi offensive nei confronti dell’insegnante.

In particolare, ripercorrendo i fatti di causa e le prove documentali acquisite, il giudice di prime cure evidenziava:

a) come i fatti lamentati in ordine all’applicazione della misura interdittiva della sospensione dal pubblico servizio e del trasferimento d’ufficio dovessero collocarsi a distanza di oltre tre anni dalla riunione in questione;
b) come le lettere inviate dal convenuto alla Direttrice didattica non avessero contenuto offensivo o diffamatorio, esaurendosi nella narrazione di taluni avvenimenti e nella richiesta di un chiarimento in contraddittorio con la maestra, senza evidenziare alcuna valutazione negativa sull’insegnante;
c) come l’unico documento meritevole di approfondimento, in quanto potenzialmente idoneo a ledere in effetti la reputazione dell’attrice (rappresentato da un fax trasmesso dal convenuto per conto del figlio, e contenente pesantissime accuse rivolte dal bambino alla maestra, tra cui quella di avergli dato del pazzo, di averlo umiliato di fronte agli altri alunni, di essere bugiarda e di dire parolacce), risultasse, purtuttavia, inidoneo a giustificare il risarcimento del danno morale.

E ciò in applicazione della scriminante di cui all’art. 599, comma 2, c.p. che prevede che non sia punibile chi commetta il reato di diffamazione versando in uno stato d’ira determinato da un fatto ingiusto altrui, e subito dopo di esso.

Secondo il Tribunale, ancora, la trasmissione del suddetto fax risaliva ad un’epoca in cui la situazione di tensione di conflitto all’interno della scuola tra la maestra e un gruppo di alunni e di corrispondenti genitori costituiva a livello locale un fatto notorio, e doveva pertanto considerarsi inidoneo ad aggiungere elementi diversi ed ulteriori rispetto a quelli già emersi in quella realtà territoriale.

Il giudizio di appello

L’insegnante impugnava la decisione del Tribunale, che tuttavia veniva confermata nel 2014 con una sentenza della Corte di Appello in cui, in assoluta consonanza con quanto già opinato in primo grado, si evidenziava come dagli atti del procedimento penale non fosse emerso un “contesto” offensivo della reputazione della docente, quanto, piuttosto, l’esistenza di due fronti contrapposti tra i genitori, a favore o contrari ai metodi educativi della maestra, oltre ad un atteggiamento fortemente critico non solo del padre resistente, ma anche di altri genitori.

Inoltre, secondo i giudici territoriali, le lettere da questi inviate alla Direttrice didattica, pur esprimendo dissenso e disappunto per i metodi adottati dall’insegnante, non trascendevano comunque nella diffamazione.

Quanto, invece, al contenuto del fax (apparentemente redatto dall’alunno, ma in realtà evidentemente riconducibile al padre di lui), la Corte:

a) riteneva detto documento “idoneo a ledere la reputazione dell’insegnante, tenuto conto delle modalità di trasmissione del comunicato e dei superati limiti di continenza”;
b) evidenziava, altresì, l’errore commesso dal giudice di primo grado nell’escludere il diritto al risarcimento del danno in applicazione della scriminante di cui all’art. 599 c.p., sul presupposto che l’esistenza di detta scriminante non era idonea ad escludere la configurabilità della fattispecie di cui all’art. 2043 c.c.;
c) stabiliva, tuttavia, che, nonostante l’errore di cui alla lettera b), non dovesse comunque pervenirsi, nella circostanza, ad un giudizio di inammissibilità delle censure mosse in parte qua alla sentenza di primo grado, in quanto l’insegnante aveva colpevolmente omesso, nei propri atti difensivi, di contestare l’argomentazione, autonomamente fondante la decisione di rigetto da parte del Tribunale, secondo cui la trasmissione del fax sarebbe stata irrilevante perché avvenuta quando la vicenda aveva raggiunto già il massimo clamore nella propria realtà territoriale.

Avverso tale decisione della Corte di Appello, l’insegnante proponeva ricorso in Cassazione.

La decisione della Corte di Cassazione

La docente, tra i motivi del ricorso, lamentava, in particolare, l’omissione, da parte della Corte territoriale, di una valutazione complessiva di tutta la documentazione da essa prodotta a sostegno della propria domanda risarcitoria, come pure della molteplicità di azioni che, nel loro insieme, a suo dire, ne avevano screditato l’immagine e la reputazione, dalle quali invece sarebbe emerso il complessivo disegno diffamatorio posto in essere dal padre dell’alunno.

Ebbene, la Suprema Corte ha ritenuto manifestamente fondato il ricorso avanzato dall’insegnante.

Secondo gli ermellini, infatti, “una più attenta e approfondita valutazione dei fatti di causa, svolta secondo un procedimento logico-induttivo fondato sulla complessiva sinergia dimostrativa e sulla necessaria sintesi dei fatti di causa” avrebbe condotto inevitabilmente i giudici di merito a riconoscere come indubbio il diritto della ricorrente ad ottenere il risarcimento dei danni non patrimoniali subiti.

In particolare, si legge nell’ordinanza in commento, “ciò che risulta del tutto omessa, nel decisum del giudice di appello, è la valutazione necessariamente diacronica e complessivamente sintetica dei fatti di causa, secondo un percorso ricostruttivo condotta-causalità-evento-danno, che non avrebbe potuto che concludersi nella certa affermazione della responsabilità risarcitoria” del padre dell’alunno per aver violato la reputazione, l’onore, la stessa dignità dell’insegnante, così ledendo valori e principi di rango sia costituzionale che sovranazionale.

Invero, secondo i Supremi Giudici, “la condotta denigratoria ascritta all’odierno resistente ebbe”, nello specifico, “diacronicamente a dipanarsi attraverso una serie di atti e comportamenti univocamente e pervicacemente intesi a ledere l’onore, il prestigio e la stessa dignità dell’insegnante”.

Nel ripercorrere i fatti oggetto della controversia, in particolare, la Cassazione ha rammentato le conseguenze subite dalla docente a causa della condotta illecita tenuta dal resistente:

a) l’essere stata sottoposta a visita psichiatrica
b) l’essere stata imputata di gravi reati
c) l’essere stata sospesa dal servizio
d) l’essere stata trasferita ad altra sede

e le ha giudicate gravissime, specie in considerazione che tutte le accuse rivolte alla donna dal padre dell’alunno si erano poi dissolte in una pronuncia del giudice penale di insussistenza dei fatti contestati.

Ebbene, secondo i giudici di Piazza Cavour, le suddette gravi conseguenze non possono in alcun modo ritenersi “scriminate né sminuite, come erroneamente mostra di ritenere il giudice d’appello, nella scia del convincimento del tribunale, né dalla circostanza che anche altri”, insieme al resistente, “avrebbero contribuito alla verificazione degli eventi (tale affermazione ponendosi in evidente e irredimibile contrasto con il dettato dell’art. 41 c.p., in tema di con-causalità dell’evento), né dalla accertata diacronia delle condotte – il cui dipanarsi nel tempo costituisce non una scriminante ma, di converso, un aggravante della condotta stessa – né tantomeno “dall’ormai conclamata dimensione collettiva e pubblica” dei fatti, ovvero dalla “autonoma risonanza” che la vicenda avrebbe assunto con lo scorrere del tempo”.

Inoltre, rileva la Suprema Corte, nella sentenza di appello non sono state affatto disattese le conclusioni raggiunte dal giudice penale, né è stata sottoposta a revisione la decisione con la quale l’insegnante è stata assolta da tutti gli addebiti per insussistenza dei fatti.

Alla luce dei principi sin qui esposti, la Cassazione ha giudicato viziata “da insanabile contraddittorietà logica, tale da relegarne la portata dimostrativa nella non redimibile dimensione dell’inesistenza”, l’affermazione, riferita all’episodio dell’invio del fax, secondo cui la trasmissione di detto documento (evidentemente non riconducibile all’autonoma iniziativa di un bambino e pur contenente, a detta di entrambi i giudici di merito, affermazioni lesive della reputazione dell’insegnante) non potesse ritenersi “idonea ad aggiungere elementi diversi ed ulteriori rispetto a quelli già emersi in quella realtà locale” (onde la sua irrilevanza ai fini dell’affermazione della sussistenza della illiceità e della offensività della condotta del resistente).

Molto significativo appare uno dei passaggi finali dell’ordinanza, nel quale il Giudice Relatore (il Consigliere Giacomo Travaglino), censurando il comportamento denigratorio tenuto dal resistente e denunciando il messaggio negativo trasmesso da simili episodi ai giovani, chiarisce:

a) come non sia “certo compito della giurisdizione sindacare, sul piano etico e sociale, il comportamento dei consociati in una determinata epoca storica, poiché il processo civile (e in particolare quello avente ad oggetto vicende di responsabilità civile) è funzionale ad offrire precise risposte, rigorosamente circoscritte al piano del diritto, a singole vicende che riguardano singole persone che chiedono tutela al giudice”;
b) come al contempo, purtuttavia, in via speculare il giudice civile, nella valutazione e liquidazione del quantum debeatur, non possa e non debba “ignorare, — quasi che la dimensione della giurisdizione si collochi entro un asettico territorio di pensiero tanto avulso dal reale, quanto insensibile ai mutamenti sociali e culturali in cui essa viene esercitata – il preoccupante clima di intolleranza e di violenza, non soltanto verbale, nel quale vivono oggi coloro cui è demandato il processo educativo e formativo delle giovani e giovanissime generazioni”.

Ritenuto, dunque, provato l’an debeatur, la Suprema Corte ha infine demandato al giudice del rinvio il compito di procedere alla liquidazione del danno sul piano equitativo, e di valutare con attenzione “tutte le circostanze emerse nel corso del giudizio, che hanno inevitabilmente cagionato un grave e duraturosentimento, sul piano sia emotivo che relazionale, di disistima, di vergogna e di sofferenza nel soggetto leso”.

Accolto il ricorso, la Corte ha così cassato la sentenza impugnata rinviando alla Corte di Appello competente per territorio in diversa composizione.

Esito del ricorso:

Accoglimento della domanda

Precedenti giurisprudenziali:

Cass. civ. sentenza n. 5146/2018

Cass. civ. sentenza n. 21619/2007

Riferimenti normativi:

Art. 2 Cost.

Art. 2043 c.c.

Art. 2059 c.c.

Art. 572 c.p.

Art. 582 c.p.

Art. 599 c.p.

 

http://www.quotidianogiuridico.it/documents/2018/04/24/paga-i-danni-il-padre-dell-alunno-che-denigra-l-insegnante-e-i-suoi-metodi

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Bullismo a scuola: professoressa legata e presa a calci. Classe delle superiori sospesa per un mese

L’episodio ripreso con i cellulari e postato su Instagram

La classe colpevole dell’episodio è una prima superiore, a fermarli prima di conseguenze più gravi è stato uno studente maggiorenne che si è accorto di quanto stava accadendo

ANTONELLA MARIOTTI
ALESSANDRIA

L’episodio è accaduto più di un mese fa, per tutelare la docente che non ha sporto denuncia non scriveremo di quale scuola si tratta, ma i fatti sono gravi anche se alcuni insegnanti e il preside tendono a parlare solo di un «episodio isolato e non di una tendenza». La professoressa ha difficoltà motorie e un fisico fragile: durante una lezione i ragazzini di una prima superiore l’hanno legata alla sedia della cattedra e presa di mira a calci. Alcuni di loro, quelli che non partecipavano riprendevano con i cellulari.

Il video è stato poi postato su Instagram e ha girato per gli smartphone di parecchi ragazzini. Ed è così che in città sono in molti ad aver visto quelle immagini, seppur eliminate in fretta, di quell’aggressione vigliacca a chi non poteva difendersi. La punizione per i ragazzini è stata di un mese di sospensione con l’obbligo di frequenza in aggiunta la pulizia dei cestini delle altre aule durante l’intervallo. «Una punizione per nulla esemplare, e un messaggio sbagliato agli studenti che rispettano la scuola e gli insegnanti» hanno detto altri docenti che avrebbero voluto «pene» più severe.

 

Mestre, genitore come una furia a scuola: maestra aggredita si sente male, ricoverata in ospedale

Si è presentato a scuola giovedì mattina. Al collaboratore scolastico che l’ha avvicinato all’ingresso ha detto che aveva urgenza di parlare con la maestra del figlio. Così sono andati a chiamare l’insegnante che stava tenendo lezione. Ma quando la docente si è trovata a tu per tu con il genitore, lui, un papà bengalese, è partito come una furia.

La scuola primaria Silvio Pellico di Mestre in via Kolbe

Insulti, urla, minacce. Inutili i tentativi della maestra di fare rientrare la conversazione a toni più contenuti. Fino a quando la donna, sotto chocper lo spavento, si è sentita male e così è stata chiamata un’ambulanza che l’ha trasportata all’ospedale. L’ennesimo episodio di violenza nei confronti di un’insegnante, in questo caso una donna, è avvenuto alla scuola elementare Silvio Pellico di Mestre. Il plesso di via Massimiliano Kolbe fa parte dell’istituto comprensivo Giulio Cesare.

https://www.ilmattino.it/primopiano/cronaca/maestra_aggredita_genitore_bengalese_mestre_silvio_pellico-3631003.html

 

Insegnanti italiani sempre più stressati e alunni più aggressivi

La ricerca condotta da Arianna Ditta, psicologa, analizza il peso emotivo del rapporto con studenti problematici e che non riconoscono l’autorità

di SALVO INTRAVAIA  

Insegnanti italiani sempre più stressati e alunni più aggressivi

 

Insegnanti italiani sull’orlo di una crisi di nervi. In classi che piuttosto rapidamente si stanno trasformando in ring dove si fronteggiano docenti sempre più stressati e alunni sempre più aggressivi. Quasi metà dei docenti che lavorano nelle scuole nostrane è in situazione di burnout di livello medio, e per un docente su cinque la situazione è già abbastanza grave. Ad analizzare un fenomeno che in Italia è totalmente trascurato, sia dalla politica sia dai dirigenti scolastici, Arianna Ditta, psicologa, che ha realizzato una ricerca sulla situazione di stress lavorativo causato dall’attività di insegnamento. Si tratta di uno dei pochi studi scientifici che attraverso questionari standardizzati e analisi statistiche misurano il peso emotivo del permanere in aula con alunni sempre più problematici e genitori che non ne vogliono sapere di imporre ai figli le regole scolastiche mettendole continuamente in discussione.

Il campione di docenti del primo ciclo (scuole primarie e medie e scuola dell’infanzia) intervistati nell’occasione accusa malesseri di ogni tipo – fisici e psichici – e, superato un certo livello di stress, difficilmente riesce a gestirlo in maniera efficace. Anche se le normative sulla sicurezza nei luoghi di lavoro obbligherebbero il capo d’istituto a valutare lo stress lavoro-correlato e a nominare un medico competente. Dallo studio effettuato emerge che il 24 per cento dei docenti in esame soffre di “esaurimento emotivo” di livello medio e il 20 per cento di livello alto. In altri termini, il 44 per cento degli insegnanti coinvolti nella ricerca accusa malesseri che vanno dall’ansia all’insonnia e, nei casi più seri mal di testa, ulcera, mal di pancia, irritazione e tristezza. Lo studio ha analizzato anche la “depersonalizzazione” (freddezza, distanza emotiva) conseguente al burnout che colpisce con un livello medio-alto il 43 per cento del campione esaminato.

Ma perché così tanti docenti sono alla lettera “bruciati”, esauriti? “Le motivazioni – spiega la giovane ricercatrice – sono essenzialmente di tre tipi: il rapporto diretto con gli allievi (mancanza di disciplina, scarsa autorevolezza o motivazione deficitaria per l’apprendimento); fattori di natura organizzativa (scarso sostegno offerto da colleghi e dirigenti, eccessivo carico di lavoro e di tempo, risorse esigue, continui cambiamenti normativi, retribuzione inadeguata o insufficiente riconoscimento professionale, pregiudizi sul lavoro docente); fattori di personalità (come tendenze nevrotiche, introversione, scarsa autostima, passività, aggressività)”. Ad acuire il malessere degli insegnanti italiani gli episodi di violenza nei loro confronti, sempre più frequenti, da parte di studenti e genitori.

Gli esperti concordano che “l’incapacità del singolo di rispondere positivamente alle condizioni stressogene sul lavoro, che risultano eccessive rispetto alle sue potenzialità” rappresenta il discrimine tra chi è in burnout e no. E per limitare al massimo l’insorgere delle patologie connesse alla sindrome “è necessario – conclude la Ditta – supportare gli insegnanti dall’inizio della carriera fino alla fine, attraverso la formazione iniziale ed in servizio su tematiche inerenti la professione nei suoi diversi aspetti (non solo didattici ma anche relazionali ed emotivi), oltre che specificamente sui rischi di esaurimento professionale e sulle conseguenze sul piano emotivo,relazionale e dell’apprendimento dei propri allievi”. Qualche giorno fa, in Svizzera, i sindacati hanno chiesto migliori condizioni di lavoro per i docenti, le cui condizioni di salute sono preoccupanti e molti sono ai limiti dell’esaurimento. In Italia tutto tace.

 

L’EURO È UNA SCIAGURA – Valerio Malvezzi

COLONIE TEDESCHE – Andrea Del Monaco

Ecco perchè siamo indebitati fino al collo e nessuno ci aiuta.

Prescrizione contributi: oltre al danno la beffa!

Di Carmine Nicoletti – 20/02/2018   

                                  

Se non ci fosse da piangere ci sarebbe da ridere, esordirebbe qualcuno. Sono in molti, tra quelli che ne sono al corrente (visto che purtroppo la disinformazione e la scarsissima conoscenza normativa regna sovrana nel mondo della scuola), a chiedersi come sia possibile che all’alba del 2018, nell’era di internet, siano stati smarriti o non risultino i contributi versati “dallo Stato allo Stato”.

Infatti, sono in tantissimi tra DS, Docenti e Ata, a non vedersi riconosciuti anni, mesi e giorni di servizio sul proprio estratto contributivo. Altri ancora, visualizzano periodi completamente sballati e/o versati da scuole dove non hanno mai messo piede.

Lo stesso beffardo destino è toccato anche a tanti dipendenti pubblici di altri comparti, che fino a qualche anno fa erano gestiti dall’ormai defunto INPDAP (ex ente previdenziale che gestiva i contributi dei dipendenti pubblici, ormai assorbito dall’INPS).
Insomma, una vera e propria barzelletta fantozziana, tutta italiana. Qualcuno pensa addirittura che possa essere stata messa in atto una proditoria operazione studiata ad arte proprio per risparmiare qualche milioncino d’euro sulle spalle dei lavoratori pubblici. Anche perché: molti non ne sanno niente, altri lasceranno perdere (vista la complessità della procedura), ed il gioco è presto fatto.

S.O.F.I.A. (Funzionalità Docenti)

La piattaforma digitale S.O.F.I.A. – Sistema Operativo per la Formazione e le Iniziative di Aggiornamento dei docenti (sofia.istruzione.it) è stata realizzata dal Miur. S.O.F.I.A. consente di gestire l’offerta di formazione per insegnanti attraverso una procedura di accreditamento dei soggetti interessati, svolta completamente on line. Inoltre, la piattaforma permetterà di catalogare, a cura degli enti di formazione, le iniziative formative che si intende proporre al personale docente su tutto il territorio nazionale. Le insegnanti e gli insegnanti potranno iscriversi direttamente attraverso la piattaforma.
Video tutorial – Funzionalità Docenti:

Illegittima la comunicazione ai docenti tramite sms, WhatsApp o email Lucio Ficara Domenica, 01 Ottobre 2017

La Flc Cgil Vicenza diffida i Dirigenti scolastici che utilizzano sms, WhatsApp o email, per comunicazioni urgenti al personale scolastico.

L’argomento dell’illegittimità della comunicazione ai docenti o al personale Ata, da parte del Dirigente scolastico, tramite WhatsApp era già stato sollevato dalla nostra testata in un articolo del 19 gennaio 2017.

Il 30 settembre 2017 il Segretario provinciale della Flc Cgil di Vicenza Carmelo Cassalia invia a tutte le scuole della sua provincia una nota intitolata: “Abuso della comunicazione al personale scolastico da parte delle scuole attraverso sms/WhatsApp o email”.

Ecco cosa è riportato nella suddetta nota: “ La scrivente O.S. Comunica che da un certo tempo a questa parte, e sempre con maggiore frequenza, arrivano segnalazioni da parte del personale della scuola dove si denuncia che da parte di alcuni dirigenti scolastici si ricorre ad un uso eccessivo della posta elettronica, di sms o di messaggi tramite WhatsApp per comunicazioni di lavoro “urgenti” con il personale docente e Ata.

È bene sottolineare che il contratto di lavoro non prevede l’istituto della reperibilità, per cui “nessuno è obbligato a controllare” e, tanto meno, a rispondere agli eventuali messaggi di lavoro inviati dal proprio Dirigente scolastico fuori dall’orario di servizio.

In altre parole il personale della scuola non è tenuto a controllare, a tutte le ore, il proprio cellulare o la propria email per verificare disposizioni di servizio (quali modifiche dell’orario, riunioni collegiali o altre informazioni ritenute urgenti), inviate da Dirigenti via Sms, WhatsApp, caselle email a tutte le ore della giornata, comprese quelle serali e persino nei giorni festivi.

Con la presente precisiamo che non si vogliono demonizzare questi strumenti di comunicazione, ma non si può accettare che il controllo da parte del personale di comunicazioni fatte in questo modo sia considerato “legittimo”, quindi un obbligo.

Pertanto invitiamo le scuole che devono comunicare con il personale di trovare modalità di comunicazione condivise e rispettose delle “libertà fondamentali delle persone”. Cost. Art 2”La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo…”

Siamo con la presente ad invitare il personale Docente e ATA di segnalare alla scrivente O.S. casi di abuso della comunicazione e di violazione delle prerogative contrattuali.

 

http://m.tecnicadellascuola.it/item/33294-illegittima-la-comunicazione-ai-docenti-tramite-sms-whatsapp-o-email.html

L’ESPERIMENTO EDUCATIVO Milano, il preside che manda gli studenti indisciplinati a zappare

Domenico Balbi, dirigente scolastico dell’Itsos Albe Steiner: «Quando trovo i ragazzi a fumare dovrei fargli una multa di 27 euro che, però, viene commutata in lavoro». L’istituto ha un orto con verdure e giardini interni

Quante volte, vedendo un comportamento maleducato da parte di qualche ragazzo, magari studente, si è sentito affermare con disappunto da qualcuno che «dovrebbe andare a zappare la terra?». Soluzione presa alla lettera da un preside di Milano, Domenico Balbi, dirigente scolastico dell’Itsos Albe Steiner, scuola a indirizzo dello spettacolo, che gli studenti indisciplinati a zappare ce li manda, ma per davvero. Il metodo educativo del preside prevede patti chiari, dichiarati sin da subito, con intervento abbastanza scioccante per studenti e genitori il primo giorno di scuola. «Le sospensioni, e le multe, in questo istituto equivalgono all’andare a zappare».

L’Itsos Albe Steiner

Così il metodo, applicato con passione e, a quanto pare, con ampio gradimento da genitori e studenti, ha portato in breve tempo a far comprendere gli errori, il senso del lavoro, e ad abbellire gli ampi spazi verdi intorno al complesso scolastico, prima con ampi spazi in abbandono o invasi da macerie. «Quando trovo i ragazzi a fumare all’interno della scuola o all’esterno, dovrei fargli una multa di 27 euro che, però, viene commutata in lavoro – spiega il preside, preoccupato dalla piaga del tabacco e delle droghe leggere -. All’inizio i ragazzi, che avendo propensione artistica sono spesso vestiti in modo originale e fanno spesso uso di sigarette proibite, accettavano divertiti, pensando che fossero ore di svago, ma questa percezione è durata poco. Rastrellano, raccolgono pietre, potano, abbattono gli alberi malati e trasportano manualmente gli scarti del verde, quindi ora hanno compreso il senso della fatica. E io lavoro con loro, prima di tutto per dare l’esempio e poi perché non abbiamo i fondi per dedicare il personale a quest’attività».

Ragazzi e preside (che lavorano assieme) sono stati così affiatati che nell’ettaro di terreno sul retro della scuola, ora sorge un orto con pomodori e zucchine, mentre nei giardini interni ci sono coltivazioni di camelie, rose, ortensie e agrumi. E a breve potrebbero arrivare anche delle galline, di cui prendersi cura. Oltre a un progetto comunale, in corso di valutazione, sull’apicoltura. Il preside Balbi lavora dalle 8 alle 20 e ha grandi progetti per la valorizzazione dell’istituto, che ha peculiari caratteristiche formative nel campo dello spettacolo e dell’audiovisivo, e che avrebbe i numeri per diventare un polo d’eccellenza, con studenti che arrivano da tutta la Lombardia. lavora con passione anche perché la sua è stata una scelta di vita: solo quattro anni fa faceva l’avvocato cassazionista a Napoli, e ha mollato tutto per la sua passione: la scuola.

http://milano.corriere.it/notizie/cronaca/17_settembre_29/milano-preside-che-manda-studenti-indisciplinati-zappare-c2708ebe-a52d-11e7-ac7b-c4dea2ad0535.shtml#?refresh_ce-cp

(Fabrizio Cassinelli/Ansa)

Articoli d-istruttivi…